sabato 13 maggio 2017

Lettera da una madre

Mi sento di scrivere la mia storia di madre, forse più per uno sfogo personale che per altro.
Ho avuto mio figlio a quarantadue anni; sono consulente informatico e il mio lavoro mi porta a viaggiare.
Ma il senso del viaggio è parte di me. Sono un essere migratore e solo nell’andare la mia anima trova pace!
La maternità non mi ha fermata. Sono rientrata a lavoro quando il mio piccolo aveva nove mesi e la società presso cui lavoravo non era molto stimolante; la mia professionalità si stava appiattendo. Sarebbe stato un buon posto per armonizzare al meglio il tempo con il mio caro bimbo.
Ma ho cambiato!
Sono catapultata in una società che mi faceva viaggiare molto e rubava troppo tempo al mio tempo libero. In due anni sono stata in totale sei mesi all’estero. Il tutto in accordo con il papà del mio cucciolo, nonché mio marito.
Non so come ho fatto a stare così lontano dal mio bimbo. Ma ti confesso, questo spirito vagabondo mi sorride silente quando salgo su un aereo e vado!
Ho resistito due anni e poi sono riuscita a stabilizzarmi a chiedere tempo al mio tempo. Ora lavoro part-time quattro giorni su cinque; mi capita di stare via ma non più di tanto e riesco anche a lavorare da casa. Ho trovato un tacito accordo tra me e me e riesco a seguire, a godere del tempo con il mio cucciolo. Nel giorno libero, mi capita a volte di sentire un vuoto intorno e di fare fatica a riempirlo, in attesa di andare a prenderlo a scuola e passare il pomeriggio insieme.
La mia anima è quieta al momento!
In tutta questa storia, non ho sottolineato il contorno. Sono figlia di una generazione, così come mio marito, dove la donna deve accudire il maritino, i figli, preparare da mangiare, fare la mogliettina ecc., lavoro part-time, quindi dedicata agli altri e non a sé. E’ stato ed è un’eterna lotta da parte delle rispettive famiglie, un continuo borbottio sul mio stile di vita ‘libero’. Stavo arrivando al punto di mollare tutto, di licenziarmi per essere più tranquilla (poi solo per gli altri). Non l’ho fatto.
Gli unici che mi hanno sostenuto e mi sostengono in queste dinamiche, sono mio marito e mio figlio.
E a loro devo molto.
 

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